

Benissimo, ora, mentre finiscono di cucinarsi i miei carciofi con patate ho tempo di dare qualche ragguaglio sulla giornata di ieri.
Quando sono arrivata mi sono resa conto della situazione, visto che tutti mi fermavano dicendo: "che brava, farai l'interprete simultanea!!" (ehhh??? avevo capito... aiutare nella traduzione...). Comunque, nonostante la sorpresa, è andato tutto bene e la gente mi sembrava contenta.
Terry Riley è un uomo dagli occhi vispissimi, il fisico invidiabile a 70 anni, e uno spirito profondo. Non sono stata in grado di dirgli nulla, ma mi stava accanto sorridendo e ogni tanto mi dava un tenero pat-pat sulla spalla...
Ho scoperto che considera Mexico City Blues di Kerouac uno dei pezzi di letteratura del Novecento più riusciti (grande!), ma non sono nella sua estetica i vocioni vibrati del coro di Harlem (male male...).
Una delle cose che mi ha più colpito, quando ha parlato del suo maestro indiano Pandit Pran Nath, era di ricordare che sosteneva che un musicista sul palco deve sempre suonare per se stesso e non cercando di compiacere il pubblico. Credo sia proprio così e mi sono accorta che i momenti più belli che ho passato con la musica sono stati mentre tenevo gli occhi chiusi e scendevo dentro me stessa.
In futuro penso che ricorderò questa cosa. Lì per lì ho pensato... 'ma il pubblico c'è e ci deve essere', poi ho capito. L'atteggiamento diverso non esclude l'esperienza del pubblico, ma la coinvolge in qualcosa di più profondo. Così la musica diventa il fine e non il mezzo, e il musicista diventa il mezzo e non il fine...